I
sessantottini? Pronti a tutto per il potere
Lei ha pochi anni in meno, ma i vecchi ragazzi di
sinistra a Silvia Ronchey non sono mai piaciuti. Nè
quando andava a scuola e le chiedevano di abiurare il
padre. Nè quando hanno «occupato» università e giornali.
Nè oggi che si rivelano spesso campioni di
trasformismo.
Silvia aveva 14 anni e faceva la quarta
ginnasio al liceo D'Azeglio di Torino. Suo padre era un
famoso giornalista, Alberto Ronchey, direttore della
Stampa, odiato dagli studenti di sinistra, i
«sessantottini». «Sarebbe meglio che tu ammettessi che
tuo padre è uno stronzo e un fascista» sibilavano i
contestatori all'orecchio della ginnasiale. Questo è il
primo ricordo che Silvia Ronchey, docente di storia
bizantina all'Università di Siena ha dei «baby boomers»,
quelli che oggi hanno cinquant'anni e appartengono alla
generazione che «non sa invecchiare» e che, secondo
Alberto Ronchey, si sono in buona parte installati ai
vertici del potere creando quella che egli stesso ha
definito «old boys net». Con Silvia Ronchey, Sette
riprende, dopo le interviste a Lidia Ravera, l'inchiesta
su questa generazione. Si sentono ancora gli echi della
polemica tra Pietro Citati, Eugenio Scalfari e Giuliano
Ferrara, intervenuti sul tema lanciato da Sette per
cercare di capire il percorso fatto da quella generazione
che ieri occupava le università e oggi occupa i posti di
comando. Ora Sette continua un nuovo ciclo di interviste
andando a sentire loro, gli «old boys», ma anche a
sentire le loro «vittime» e i loro «carnefici». Per
cercare di capire se hanno preso il potere o ne sono
stati catturati, come dice Alberto Ronchey. Per cercare
di capire se riusciranno a crescere o si limiteranno a
invecchiare, come si chiedeva Lidia Ravera.
Allora, Silvia, tuo padre era uno stronzo e un
fascista, come sostenevano trent'anni fa i sessantottini?
«Fascista proprio no. Ma volevano che lo
dicessi per cooptarmi».
Chi?
«Quelli che stavano facendo l'università e
venivano a parlare alle assemblee, quelli più grandi,
quelli della Fgci o di Lotta Continua».
Che rapporto avevi con tuo padre?
«Pessimo. Come tutti i giovani ero in
conflitto con lui».
E allora perché non hai detto che era stronzo e
fascista?
«Perché non lo pensavo. Ma io non lo avrei
detto nemmeno se lo avessi pensato. La Lettera al padre
di Kafka non avrebbe mai potuto essere scritta se
qualcuno avesse preso Kafka e per una manica e gli avesse
detto: dì che tuo padre è uno stronzo».
Questo atteggiamento ti ha limitato nella tua voglia
di fare politica?
«Certo,
e probabilmente l'avrei fatta in una zona vicina a quella
di coloro che mi chiedevano odiosi atti di abiura».
Ti ricordi qualche episodio reale?
«Avvenivano in continuazione. Ricordo un
episodio quando ho fatto il concorso per entrare alla
Normale di Pisa. Un gruppetto di studenti e assistenti,
mentre ero in fila per entrare alla prima prova, mi venne
incontro e mi chiese: tu sei la Ronchey? Sei quella che
ha il padre e la madre fascisti e stronzi tutti e due?
Prega di non superare la prova perché ti facciamo nera».
Capitava solo a te?
«Capitava a tutti i figli di padri moderati,
conservatori, reazionari o semplicemente liberali. A
tutti veniva imposto questo rito sovietico-mafioso.
Un'autocritica pubblica per le colpe di tuo padre».
Tuo padre parla di «old boys net»...
«La sua visione è ottimistica e rosea. Lui si
riferisce a questa grande pala del mulino della società,
questa grande macina delle ideologie per cui c'è una
generazione che si ribella e poi rientra nei ranghi e si
integra nel potere».
E non è così?
«È sempre stato così dall'Inghilterra tardo
vittoriana in poi. In questo succedersi di illusioni
rivoluzionarie di un ceto borghese che poi rientrava nei
ranghi. E lasciava sempre il posto alla generazione
successiva perché potesse ribellarsi e a sua volta
reintegrarsi».
E allora?
«La generazione dei sessantottini non ha
lasciato quel posto. Ha inaugurato una novità: bruciare i
ponti alla generazione successiva».
Come ha fatto?
«Pensa all'università. Centinaia di persone
sono entrate come assegnisti, come precari in quegli
anni. Poi i decreti Malfatti del '77 e gli ope legis
hanno completamente ingorgato l'università».
Sembri un po' apocalittica...
«Conosco pochissimi quarantenni che siano
riusciti ad andare in cattedra. Conosco gente uscita
dalla Normale di Pisa, per esempio, gente bravissima, che
fa il postino, che inscatola sardine in Alaska, che si è
trasferita nel Sahara».
E nel mondo dell'informazione?
«Lo stesso. C'è stato una sorta di ricatto
fatto dai sessantottini all'establishment».
Tipo «noi ci diamo una calmata e voi ci date un
posto»?
«No, a prescindere dalla calmata.
L'establishment, paurosissimo, ha bloccato il fenomeno
che riteneva preoccupante con una sorta di corruttela, di
cooptazione generale. E così ha saturato tutto e gli
altri, i più giovani, sono rimasti a piedi».
Tu però insegni all'università. Tu conduci
trasmissioni su Rai Due...
«Io sono andata via di casa a 18 anni, ho
lavorato e studiato insieme. Ho fatto una fatica
tremenda. Ho preso più calci nel sedere io che 50
cinquantenni tutti insieme».
Gli "old boys" intervistati da Sette dicono che loro
hanno raggiunto questi posti perché erano i migliori,
forgiati alla difficile scuola delle assemblee e della
democrazia. Tu dici il contrario, dici che sono stati
risucchiati dal potere, che è quello che ha detto tuo
padre, in fondo. E cioè che il potere li ha conquistati.
«Mio padre lo dice in termini generali. Come
dire che a contatto con il potere è avvenuta una
metamorfosi fatale, operata da quel cinismo di cui il
potere non può contagiarti. Secondo me invece il contagio
è in partenza».
Anche in questo allora non sei d'accordo con tuo
padre.
«Io non sono mai stata d'accordo con mio padre
in nulla. Bastava che mi dicesse di fare una cosa e io
facevo il contrario. Bastava che mi dicesse di non
leggere un libro e io sapevo immediatamente quale era il
libro che io avrei dovuto assolutamente leggere. Lui ha
sempre incarnato il progressismo di tipo illuministico
proiettato nella società tecnologica e capitalistica e io
mi sono occupata del passato, di studiare antiche carte,
delle soluzioni alternative date dalla storia, o dalla
fantasia, a questa società orrenda».
Quindi gli «old boys» non sono un élite genuina?
«Sono un'élite all'incontrario, tutta basata
su politica politca politica e potere potere potere. La
visione leninista della politica come lotta per il
potere. Sai perché a me non piace questa generazione?
Perché parte dalla distruzione del passato.
Nell'Internazionale c'è quel verso che dice: "Del passato
facciamo tabula rasa". È il bolscevismo. Tutto futuro. Io
ricordo al liceo Visconti di Roma: il passato era
fascista. Studiare i lirici greci era un atto supremo di
fascismo, peggio che se uno avesse letto i libri di
esoterismo, che so, nazistoide. Intere epoche della
storia erano messe al bando. Studiare la letteratura era
borghese. C'erano autori che non potevi nemmeno toccare.
Sono quelli che vanno di moda oggi. Nietzsche per
esempio. Dovevi leggerlo di nascosto. Adesso è
obbligatorio. Tutta la filosofia dell'Ottocento. I
pessimisti. Non parliamo poi se uno si metteva a leggere
i mistici: era da traditori del proletariato. Dumézil?
Tutti i libri pubblicati oggi da Adelphi erano proibiti.
Naturalmente era proibito leggere romanzi. Si poteva solo
leggere Neruda e ascoltare gli Inti Illimani».
Tuo padre dice che i classici del marxismo non li
leggeva nessuno.
«Magari avessero letto Marx, perlomeno
avrebbero letto un'opera dell'Ottocento».
Lidia Ravera dice che c'erano due gruppi: da una
parte i venticinquenni, i leader, e dall'altra i giovani
che facevano la critica all'autoritarismo, la critica
alla famiglia, il riequilibrio dei ruoli sessuali...
«Non c'era differenza fra quelli che facevano
politica e quelli che la mescolavano con questa
prospettiva di ribellismo alla moda. La differenza era
qualitativa: quelli che facevano politica erano l'élite e
sono diventati i capi. Però l'implicazione trasgressiva e
libertaria era identica in tutti. Salvo poi oggi fare
marcia indietro. Questo è il lato più vergognoso».
Per esempio?
«C'è un ritorno a un cattolicesimo
integralista e becero da terzo mondo. Ci vengono a dire
che si deve negare il diritto all'aborto. Le ex
femministe si mettono a studiare le sante, senza
fondamenti teologici per farlo. Altri riscoprono la
spiritualità delle crociate. Una cosa da far ridere i
polli: le crociate sono state un atto di barbarie
spaventoso. Tutti credono in Dio. Tutti rivalutano il
cattolicesimo. Tutti a fare il tifo per la parità di
insegnamento».
Rutelli si sposa in chiesa. D'Alema va in visita con
tutta la famiglia dal Papa...
«... da quello che è stato, come dicono tanti
preti con un minimo di cultura, il peggior Papa di questo
secolo...».
Rutelli e D'Alema forse sono obbligati a farlo...
«Certo. Io non ho riserve sul sindaco o sul
premier. Hanno esigenze di ricerca del consenso. Ma ho
riserve sui cosiddetti intellettuali che dovrebbero
essere un'élite politico culturale».
Facciamo qualche nome?
«Anche quelli che sono stati intervistati per
questa inchiesta di Sette. Chi non ha, in qualche
dibattito o articolo, manifestato opinioni fortemente
filocattoliche, in maniera peraltro che riconduce a un
cattolicesimo retrivo populistico, popolare,
demagogico?».
Il pentitismo dilaga.
«Il trasformismo dilaga. È sempre stato un
fenomeno italiano».
Questi cinquantenni proprio non ti piacciono.
«Ci sono delle eccezioni naturalmente».
Ci sono dei cinquantenni colti...
«Sì, ma colti in che cosa? In politica.
Giuliano Ferrara, Paolo Mieli: mi piace come ragionano.
Sono intelligenti. Però in politica. Tutto quello che fa
parte della cultura non e che non è strettamente legato
alla visione leninista della politica come potere in
realtà non interessa fino in fondo».
Voi che non eravate d'accordo con quello che tu
chiami "regime" non potevate fare qualcosa?
«L'intimidazione era troppo forte. Io vedevo i
figli degli amici di mio padre che cercavano di essere
più realisti del re, più a sinistra della sinistra.
Bisognava farsi perdonare».
E i professori?
«C'era chi ci credeva e allora smetteva di
insegnare certe cose, e parlava solo di Neruda. Poi c'era
chi ne approfittava: professori autoritari, ottusi e
ignoranti, che se ne fregavano completamente,
assenteisti. Voi mi contestate? E allora io non vengo ad
insegnare. I collettivi e i comizi si facevano perché
esisteva la volontà di una buona parte dei professori
"vecchi" di non venire a scuola e di non fare un tubo. I
migliori erano i giovani supplenti sessantottini che
tutto sommato ci hanno formato. A un paio di loro devo
molto. È la tipologia che ha disegnato su Sette Aldo
Grasso. La più morale».
Tu sei d'accordo che questa generazione non sa
invecchiare?
«Questa è una generazione nata vecchia».
Allora definiamo la vecchiaia.
«Si è vecchi quando si ha bisogno di sostegno.
Quando bisogna fare rete, fare mafia, fare setta. Si è
giovani quando si è indipendenti, intellettualmente,
moralmente e fisicamente. I sessantottini sono stati
sempre vecchi: non c'era autosufficienza, indipendenza,
affrancamento dal conformismo».
Il Sessantotto ha prodotto anche i Viale, i Pero,
leader che hanno puntato a occupare il potere...
«Il Sessantotto in sé non era esecrabile. Il
fenomeno esecrabile è stato la sua strumentalizzazione.
Il Sessantotto era un movimento di grande sovvertimento
interiore, di grande cambiamento del costume mentale, di
grande moralismo. La selezione, la scrematura non l'ha
fatta, come dice Rinaldi, il Sessantotto. L'ha fatta
negli anni Settanta l'irreggimentazione di alcuni leader
del versante politico del Sessantotto all'interno delle
strutture di partito. Bisognerebbe cominciare, a
sinistra, un dibattito sugli anni Settanta, a più voci,
altro che gli "old boys net". Tipo: ehi, gente di
sinistra, vogliamo parlare di quello che è successo in
quel periodo?».
Ma la forte pulsione dei leader del Sessantotto era
l'anticomunismo, la lotta al revisionismo, l'avversione
al Pci. E lo è tuttora. Dovunque siano finiti, questi ex
leader del Sessantotto sono spinti da un profondo
anticomunismo...
«Anche dei gesuiti si dice che sono i più
grandi nemici del papa. Poi quando si tratta di discutere
di dogmi, sono tutti insieme. E non si discute. Anche chi
è diventato di destra, o ipercattolico, continua a essere
leninista. Ha questo imprinting: l'idea stessa di
politica, sostanzialmente antidemocratica».
Ti senti appartenente a una generazione?
«Completamente, totalmente. Io appartengo alla
generazione degli sfigati. Quelli che per un anno si sono
visti soffiare qualsiasi cosa. Non esagero. È stato
proprio così. Poi ci sono le eccezioni, ci sono gli
opportunisti. Si richiede ai giovani di oggi, i giovani
tra virgolette, quelli che devono essere buttati sul
mercato dell'industria culturale come giovani, una
cialtroneria e un cinismo che nessuna persona di
quatant'anni con un minimo di senso morale accetta. Se
oggi c'è un grande scrittore, un grande poeta di 40 anni
non va certo a farsi mettere la targa di giovane
scrittore o, se è una donna, a farsi fotografare in
giarrettiere o a scrivere romanzi pornografici magari con
scene di pedofilia. Tutto questo è l'abbassamento al
quale sono stati costretti alcuni. Non è un caso che non
ci siano degli strepitosi quarantenni sul mercato. Non ci
sono perché sono acquattati, perché sono stati
discriminati, danneggiati».
C'è qualcosa che ti rimproveri?
«Mi rimprovero la mia timidezza. I collettivi
io li detestavo. Mi pento di non aver avuto l'eloquenza
retorica che avevano i miei coetanei che andavano ad
arringare. Era molto difficile, c'era un clima di forte
intimidazione, cominciavano a fischiare, a urlare. A
Torino, al D'Azeglio dove facevo il ginnasio, un po' di
discussione c'era. Le lezioni cominciavano alle otto e
noi ci vedevamo alle sette, per giocare a scacchi. Buio e
nebbia, un freddo cane, e noi, coi nostri eskimo, a
giocare a scacchi, parlare di politica, litigare come
matti. Forse, se fossi rimasta a Torino, sarebbe stato
meglio. Invece andammo a Roma, dove al Visconti c'era il
pecoronismo più totale».
Chi erano i leader a Roma?
«Ricordo De Angelis, Novelli, il figlio di Pio La Torre,
il figlio di Bernardo Valli. Erano i più bravi. Poi
c'erano tutti i figli dei funzionari del Pci».
Sai che potresti sembrare — come si diceva una volta
— un'anticomunista viscerale?
«Eppure frequento tantissimi sovietici. Il mio
maestro, Kazdhan, era un sovietico marxista fino al
midollo. Il mio primo fidanzato era un poeta sovietico.
Io sembro più anticomunista di quanto non sia. I miei
amici sono quasi tutti di sinistra. Come Luciano Canfora,
Elvira Sellerio, Maurizio Bettini, Ginevra Bompiani. O
Giuseppe Conte, un bravissimo poeta cinquantenne che
segue la sua strada e se ne frega se non ha legami,
connivenze, se non ha mafia o partito. Non è schierato a
sinistra, ma è un vero libertario, un vero spirito
indipendente. Forse per questo è stato osteggiato dal
partito. Maurizio Bettini è uno che riesce a spiegare a
queste generazioni che nascono dalla negazione bolscevica
del passato l'importanza del mondo antico, radice di ogni
nostro comportamento. Luciano Canfora è coraggioso e non
sarà mai vecchio perché va contro i conformismi. Sta
sempre con le minoranze, difende sempre le cause
impossibili, non quelle facili. È un uomo coltissimo e un
vero stalinista. Nel senso che crede nel totalitarismo e
anche in quel necessario contrappeso nel totalitarismo
che è la figura dell'intellettuale che si oppone
fortissimamente. Elvira Sellerio è l'unico editore
italiano che si sta mantenendo indipendente, che scopre
talenti, li lancia, vivendo in una condizione di assoluta
precarietà e facendosi rispettare con una grinta
straordinaria. Ginevra Bompiani ha fatto una scelta
minoritaria. È una che scrive cose bellissime ma sta
appartata, non vede nessuno, non scrive sui giornali. Ma
non è uno di quegli intellettuali appartati di
professione».
Chi sono gli intellettuali appartati di professione?
«Quei filosofi che fan finta di stare nella
torre d'avorio ma alla fine sono sempre lì che
intervengono a moraleggiare sui giornali o alla radio».
Il tuo grande sodalizio, comunque, mi sembra quello
con Guido Ceronetti.
«Un vero sovvertitore. Lui sì. Non quelli del
Sessantotto. Io sono sempre d'accordo con lui. Anche
quando ha tutti contro. Ceronetti è un vero gnostico, un
vero pessimista. Uno che pensa che il male non sia mai
veramente male e il bene non sia mai veramente bene. È il
nostro miglior scrittore e poeta. Mi diceva che fosse
stato per lui avrebbe messo un cinquantenne sessantottino
alla presidenza della Repubblica. Io gli ho detto per
scherzo: chi vorresti? Ezio Mauro, il tuo ex direttore?
Sì, mi ha risposto, io vedrei benissimo Ezio Mauro
presidente della Repubblica».
Non sono tuoi coetanei.
«Io vado d'accordo quasi esclusivamente con
quelli che hanno da settant'anni in su. Anche quando
facevo la trasmissione in televisione mi accorgevo che le
uniche persone alle quali avevo voglia di chiedere
qualcosa erano Claude Levi Strauss, Jean Pierre Vernant,
Ernst Junger, James Hillman. Grandi vecchi molto
giovani».
Chi ti è piaciuto di più fra coloro che ti hanno
preceduto in questa inchiesta?
«Giuliano Ferrara. È molto intelligente. È il
più leninista di tutti. Continua a essere un sovietico,
ma una sua particolare malinconia russa autodistruttiva
gli fa fare strane scelte dovute a smarrimenti di ordine
nichilistico».
Con Craxi quando era potente Craxi. Con Berlusconi
quando è diventato potente Berlusconi. Dov'è il
nichilismo?
«Questo è il côtè leninista. Lui ha
chiaramente l'idea del potere, della politica. Lui è
stato leninista. Ha vissuto da leninista. Sarà sempre
leninista. È il più coerente».
Lidia Ravera sostiene che il Sessantotto è stato un
movimento molto maschilista.
«C'era il maschio che faceva la politica e
c'era l'angelo del ciclostile, che doveva fare anche le
frittate e specializzarsi nella cucina povera. Ma era
un'assunzione di ruolo che si erano scelte le donne.
Maschilismo con connivenza delle donne. Del Sessantotto,
il femminismo è stato la farsa più atroce».
Claudio Sabelli Fioretti
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