Bisanzio, il
volere e non potere dell'America oggi
Supponiamo che la dirigenza strategica della maggiore
potenza militare mondiale, dopo sette anni di iniziative
belliche destinate a produrre esiti incresciosi, sia
investita da un’ondata globale di discredito. Supponiamo
che un consulente strategico di questo governo, non
necessariamente il più influente ma fra i più
mediaticamente esposti e culturalmente duttili,
pubblichi, per esorcizzare il danno, un saggio che sia
insieme popolare e tale da incutere soggezione.
Supponiamo che costui decida di parlare del presente
attraverso il passato — tradizione consolidata fra i
consulenti strategici, a partire da Machiavelli — e a
questo scopo profonda una dottrina coltivata en
amateur da decenni: un esercizio di erudizione di
più di 500 pagine, in cui prenda a parlare non più
dell’impero romano, su cui a suo tempo ha scritto un
libro molto discusso, ma di un impero studiato da pochi e
conosciuto da ancora meno: l’impero bizantino. E
supponiamo infine che lo trasformi nella controfigura
ideale, nel modello irraggiunto della potenza mondiale
che ha servito, così da spiegare da un lato il fallimento
della recente strategia di quest’ultima e predire
dall’altro la sua continuazione quale massimo impero
mondiale.
Ecco che Bisanzio diventa la ricetta per il futuro
dell’America e che il poderoso saggio di Edward Luttwak
(La grande strategia dell’impero bizantino,
Rizzoli) diviene un vademecum per capire il mondo attuale
e il suo destino, interpretato quale ineluttabile
scontro, ieri come oggi, fra Est e Ovest.
Lo studio del passato è diagnosi del presente e prognosi
del futuro. L’idea di Luttwak di studiare la strategia di
Bisanzio è geniale oltre che attuale, poiché il
fantasma di quel millenario impero multietnico aleggia
sulle aree geopolitiche interessate dai conflitti del XXI
secolo, e non solo su quelli scatenati dalle dottrine
strategiche dell’amministrazione Bush — Iraq,
Afghanistan, Pakistan — ma di fatto su tutte le zone
nella cui odierna proliferazione bellica la strategia
militare americana (e non solo) è intervenuta dopo la
fine della Guerra Fredda: dai Balcani al Medio Oriente,
dalla Mesopotamia al Caucaso. Per questo, e per molte
altre ragioni, le riflessioni di Luttwak sarebbero più
che legittime. Se non partissero, tuttavia, da premesse
sbagliate.
Dai basileis ai marines
La
città di Bisanzio in un’antica illustrazione;
in basso marines americani di guardia all’aeroporto
afghano di Kandahar.
“Se fa come Bisanzio, l’impero americano durerà ancora a
lungo”. Ma l’America non è mai stata un impero. Del
particolare e peraltro desueto sistema di governo del
territorio basato sulla dialettica fra centro e periferie
anche remote, dunque sulla reciproca interazione di
culture, geografie, etnie, linguaggi, élites, l’America
non ha la storia, le tradizioni, l’apertura, che sono
state invece proprie di poteri oggi in declino e in
passato più o meno funzionali, ma certamente imperiali,
come la Gran Bretagna o la Francia, la Turchia o la
Russia.
Ancora meno ha quelle di Bisanzio. Conferire all’America
status di impero significa da un lato alimentare un
equivoco storico e dilatare un paragone incongruo fino al
paradosso, dall’altro implicitamente giustificare ex
post proprio quel ruolo di invadente gendarme
internazionale che è stato causa dei fallimenti e
dell’impopolarità dell’amministrazione Bush nel mondo e
presso i suoi stessi cittadini.
Oltre all’equivoco di fondo, vari equivoci più
circostanziati contribuiscono alla deformazione generale
di un quadro che per altri versi Luttwak ha còlto (l’uso
delle armi per contenere o punire piuttosto che per
attaccare con spiegamento di forze; l’alleggerimento del
potenziale militare e l’uso della diplomazia o della
“dissuasione armata”; le varie forme di incentivo date
agli stati satelliti sotto forma di sussidi, doni, onori,
e così via). Ma, ad esempio, affermare che il punto di
forza dei governanti bizantini sia stata “la fiducia
indiscussa di essere gli unici difensori dell’unica vera
fede”, presentare i rapporti con il nascente mondo arabo
in termini di accesa contrapposizione religiosa, parlare
addirittura, a proposito del califfato, di “offensiva
jihadista”, spingersi a considerare “guerre sante” le
iniziative militari bizantine — tutti questi sforzi di
attualizzazione sono arbitrari e dunque insidiosi.
Non può essere certo paragonato all’islamismo odierno il
tollerante e multireligioso mondo arabo ommayyade e
abbaside preso in considerazione da Luttwak. E, anzi,
proprio nella periodizzazione si registra il maggior
limite del libro, che lo colloca, come quello sull’impero
romano, nel peraltro interessante genere
dell’esercitazione storiografica praticata dal personale
politico di ogni epoca. Nel definire quello che chiama il
“codice operativo” della strategia di Bisanzio, Luttwak
si basa su una “continuità” effettiva, che tuttavia
attinge ai vari periodi in modo incostante. Se avesse
approfondito di più l’età macedone, e quella comnena e
paleologa, si sarebbe dovuto misurare con paradossi
strategici ancora più significativi per il presente: ad
esempio, l’ambiguo rapporto tra la potenza marittima
bizantina e le repubbliche mercantili, la compenetrazione
con i turchi osmani e così via. Come scrive nel suo
Strategikon un bizantino dell’XI secolo,
Cecaumeno: “Se prendi un libro, leggi tutte le pagine e
non limitarti a estrarre solo le cose che ti piacciono di
più”.
Silvia Ronchey
altri articoli in questa
sezione...

